L’uomo esiste? Al di là dell’idea, oltre il pensiero ed il ricordo, l’uomo esiste?
Molte sono le convinzioni, le credenze, le abitudini, le opinioni nate dall’esperienza,
ma oltre tutto questo, chi è l’uomo? Esiste forse un modello di vita, un concetto assoluto di bene e male che possa svilupparsi al di là delle mille opinioni e ragionamenti di noi esseri umani? Ogni individuo interagisce con il mondo esterno attraverso il filtro del giudizio, dell’idea; qualsiasi pensiero crea un particolare modo di vedere se stessi e gli altri, persino il semplice atto di osservare la natura o un oggetto cambia in base al proprio essere, alle esperienze fatte in passato e cosi via.
Ognuno vede ed interagisce in un modo totalmente differente da quello di un altro.
Qual è allora la verità? Esiste il “giusto” modo di vedere, di vivere? E se la verità non risiedesse in un modello? Se non avesse niente a che fare con un qualsiasi schema che si possa costruire nel tempo, che si possa coltivare con la rinuncia o l’accettazione?
L’uomo ha sempre cercato nei secoli una verità che potesse concepire, un qualcosa di quantificabile che gli desse la certezza di avere un valore, uno scopo, un qualcosa da poter controllare e trasmettere, che si possa raggiungere nel tempo attraverso i riti, attraverso la parola, al sicuro all’ombra di un autorità che ti dica esattamente cosa fare. Ma la verità potrà mai davvero essere controllata e quantificata come un qualsiasi schema matematico o modello di pensiero?
Una persona si sveglia al mattino e decide di voler trovare la verità, decide di voler essere “spirituale”, cosa deve fare? Deve forse cambiare qualcosa in se stesso per poter diventare una persona religiosa? Egli va in chiesa e incontra dei sacerdoti che gli parlano dell’eterno, dell’amore ecc.; essi sono calmi e apparentemente senza conflitto ne dolore, decide allora di voler essere anche lui come loro, vorrebbe smettere di soffrire e si fa dire tutto ciò che deve fare per raggiungere la beatitudine. Egli vede nei sacerdoti e nelle sacre scritture un autorità che deve assolutamente seguire per potersi salvare, per poter comprendere; inizia quindi a pregare, a cercare di vedere le cose in modo diverso, vuole fare solo il bene e starsene il più lontano possibile da ciò che gli è stato detto essere male, altrimenti la sua anima penerà per tutti i secoli dei secoli. Questo uomo si sente allora nel giusto, al sicuro perché sta agendo in modo corretto, sta facendo tutto quello che deve fare e la sua immagine, ciò che egli è, si sta sempre più avvicinando a ciò che dovrebbe essere, a ciò che è giusto e quando ci sarà arrivato anche lui potrà insegnare agli altri come salvarsi dalle pene del peccato. Egli è beato, è al sicuro nel suo mare di bontà e si permette di giudicare chi è diverso, chi continua ad agire in modo sbagliato; in seguito sarà anche disposto a uccidere coloro che secondo lui sono in errore, sarà pronto a bruciare vivi i peccatori se questo è il volere delle sue autorità.
Il principale proposito della religione è di trasmettere ciò ritiene essere la verità; essa ci da delle credenze, dei dogmi in cui bisogna avere fede, ci dice quali comportamenti è giusto seguire, cosa è bene e cosa è male e identifica l’assoluto, la verità ultima con un idea di eternità ed immutabilità che chiamiamo con diversi nomi; questa verità
ad ogni modo, per quanto bella ed allettante possa essere, per quanto assoluta e perfetta, rimarrà inesorabilmente, in quanto credenza, qualcosa che appartiene all’intelletto, un altro modello che sebbene sia puro e bellissimo, manterrà l’uomo all’interno di uno schema, prigioniero di se stesso, in cui qualsiasi azione e scelta rappresenterà solamente una reazione meccanica. Anche se le parole scritte nella bibbia, nel corano, nella torah ecc. possono essere perfette e giuste, sono solamente parole, e le parole sono prive di qualsiasi valore; l’idea, il concetto racchiuso nelle sacre scritture non può che esistere in quanto modello, in quanto regola da perseguire con la conseguente repressione di quello che siamo, quello che di noi non ci piace, il che può solo generare violenza e dolore.
Agire in base alla divisione fra bene e male non può che portare a maggiore sofferenza. Ogni individuo su questa terra fa solamente ciò che ritiene personalmente giusto, ma allora perché tutta questa violenza? Forse perché il tuo giusto è diverso dal mio e siccome io ho innegabilmente ragione devo convertire, plasmare o sopprimere le tue errate idee? Il bene può dipendere solo da ciò che nella nostra vita vediamo come normale negli altri e nelle situazioni; non esiste alcun concetto assoluto, nulla di predeterminato; la nostra mente in base al suo condizionamento ricevuto dalla società è la sola e unica a decidere come e perché bisogna vivere.
Non vi è nessuna certezza a questo mondo, le certezze cambiano in continuazione nella vita delle persone e nel passare dei secoli, non vi è nulla di assoluto.
Che cosa sappiamo noi veramente? Non conosciamo nulla su noi stessi oltre alle mutevoli credenze che ci sono state trasmesse, non sappiamo da dove veniamo, perché siamo, e l’unico vero scopo che ci rimane è la vita stessa.
La vita è la sola cosa abbiamo, la sola cosa certa, tutte le varie supposizioni e teorie riguardanti i valori e credenze da seguire, regole da rispettare per perseguire una società che abbiamo creato, i giusti e i falsi modelli di vita da condurre, sono solo il risultato di menti tormentate dal fatto di non avere alcuno scopo e controllo, menti che invano tentano di riempire un incolmabile vuoto con ideali imposti e certezze basate su circostanze costruite. Nulla è prestabilito, nulla è bene e nulla è male, quello che c’è al mondo, la pace, la guerra, società basate unicamente sulla produzione e sul consumo, esistono perché noi le abbiamo create. Esse sono alimentate dai nostri ideali, dalle nostre credenze, da tutta la violenza che abbiamo dentro, esse sono il solo, logico risultato delle certezze di persone plasmate, che grazie al benessere e al consumo rimangono beate nell’ignoranza, schiave di qualsiasi cosa dia loro la possibilità di sfuggire alla consapevolezza.
Se siamo mussulmani avremo determinate idee sui cristiani, su come è ovvio e giusto trattare le donne, su come bisogna pregare; se invece nasciamo in un contesto socialista allora è tutto differente, magari saremo più umanisti o forse più tiranni, il concetto di bene cambierà radicalmente da quello capitalista, la cosiddetta “società libera” in cui ognuno ha la più totale libertà, libertà di scegliere fra più marche dello stesso prodotto al supermercato, libertà di sottomettere, plasmare ed ingannare gli altri per il proprio personale arricchimento.
Ritornando quindi ad un’iniziale domanda: qual è la verità? Cos’è giusto?
Noi non siamo minimamente estranei a questo processo, anche se la mia mente fa solo ciò che è innegabilmente giusto, vero? Noi leggiamo le raccapriccianti notizie sull’ambiente, sulla guerra, sull’inquinamento, sulla violenza e atrocità, e pensiamo inconsciamente: hey, tutto questo non ha niente a che fare con me, io sono diverso, sono obbiettivo e pacifico, non mi faccio mica plasmare dalla società e dal consumismo, io seguo solo il mio gusto ed il mio istinto!
Stiamo vivendo una vita banale, dipendiamo ossessivamente da ciò che ci da conforto e ci fa sentire al sicuro, da ogni cosa che ci dia l’illusione di riempire un vuoto che dilaga nei nostri cuori. Ma perché siamo così attaccati all’idea, perché ci identifichiamo così tanto con il possesso, con il piacere, il dolore, con qualsiasi immagine che crea il “noi”?
Tutti i nostri pensieri, qualsiasi azione e scelta che abbiamo compiuto, ogni cosa che forma il “noi” può esistere solo nel tempo, nella divisione fra passato e futuro, qualsiasi immagine che abbiamo di noi stessi, qualsiasi modello attraverso il quale interagiamo con il mondo ha valore solamente nella continuità. La continuità ci dà il controllo, ci dà la sicurezza di esistere, di avere un valore in base ha quello che abbiamo fatto in passato, gli obbiettivi che abbiamo raggiunto, le scelte che abbiamo compiuto e con le quali ci identifichiamo per creare l’immagine di “noi”, che altrimenti, al di là della continuità, non potrebbe mai esistere. Il pensiero, che ormai occupa ogni istante della giornata, può esistere solo in base al passato o al futuro.
Noi misuriamo il valore di una persona attraverso la sua carriera, i suoi possedimenti, le scelte buone o cattive che ha compiuto ecc. ma è davvero solo questo l’essere umano? Un semplice accumulo di ricordi che legano le sue esperienze, un banale modello costruito duramente per tutta la vita per raggiungere una sfuggente pace in un giorno lontano? Diamo così tanta importanza al passato e al futuro, tutti i nostri sforzi sono volti a migliorare l’immagine di noi stessi, ma che cos’è il tempo se non un idea? Esiste davvero la continuità, o siamo noi a crearla per poter quantificare e controllare ciò che siamo, per inventarci uno scopo che riteniamo poi universale?
Perché abbiamo così bisogno di un modello nel tempo, di ricercare il noi nel piacere e nel dolore, nel risultato, nella fama ecc.? Cosa ci spaventa tanto, cosa ci porta a dipendere così ossessivamente dal controllo e dalla veridicità dell’opinione, di che cosa abbiamo paura, forse di non esistere?
Qualsiasi nostra idea di verità e di assoluto può risiedere solo nel tempo; e se il tempo, inteso come il noi nel passato e nel futuro, fosse solamente un illusione?
Se tutto quello che crediamo di essere, le nostre convinzioni, tutte le certezze non avessero il più minimo valore oltre quello che vi attribuiamo noi? Se tutte le nostre scelte non avessero nessun fondamento di verità perché non esiste nulla di assoluto?
Cosa sarebbe in tal caso la nostra esistenza, se non il più totale vuoto colmato solo dall’illusione di esistere in quanto “io”?
L’essere umano è pienissimo di conoscenza, abbiamo una cultura enorme che si è più volte raddoppiata solo nell’ultimo secolo, siamo colmi di concetti e idee che pervadono la mente in continuazione; è raro ormai che il nostro pensiero si ferma e smetta di interpretare, giudicare, capire. L’accumulo di nuove informazioni e l’elaborazione di quelle vecchie occupa tutto il tempo della nostra vita; si può dire che questo sia il solo scopo che abbiamo: elaborare, inventare e ricordare; il pensiero è tutto ciò che esiste per noi, non vi è più tempo per niente altro, esso occupa qualsiasi secondo della giornata. Ogni nostra esperienza, ogni felicità e tristezza è accompagnata dal pensiero; persino nell’amore esso interpreta e confronta con ciò che dovrebbe essere, ciò che un tempo è stato ecc.. L’umanità è infinita conoscenza e sapere; non vi è limite a quello che uno può imparare. Ciò che invece non possiamo comprendere lo tramutiamo in fede, in credenza cosicché il pensiero possa ancora mantenere il controllo e guidarci ovunque. Stiamo vivendo una vita di conoscenza, di pensiero, ma ciò che non conosciamo, ciò che forse non vogliamo comprendere che solo superficialmente siamo noi stessi, il meccanismo che dà vita al pensiero, alla credenza; ciò che guida le nostre scelte, che crea le opinioni che riteniamo così assolute ed innegabili sebbene ve ne possono essere infiniti modelli. Di noi sappiamo il carattere, l’orientamento religioso, le idee politiche, conosciamo tutte le nostre opinioni, le scelte e tutto il resto, ma non indaghiamo mai più in profondità a tutte queste cose, non comprendiamo il perché delle credenze, il perché siamo quello che siamo, non mettiamo mai in dubbio ciò che pensiamo se non superficialmente. Conoscere se stessi è qualcosa di difficilissimo, non perché sia complicato o perché non siamo in grado, ma perché, nel nostro profondo, noi non vogliamo assolutamente comprendere, non vogliamo conoscere la verità, abbiamo un immensa paura di quello che potremmo scoprire. Ciò che più ci spaventa è la comprensione delle illusioni che ci hanno guidati fin qui nella bambagia, nel controllo e nella sicurezza di una continuità e di una abitudine sulla quale abbiamo sempre potuto contare. Siamo pervasi dalla paura di non essere niente oltre all’accumulo di idee che riteniamo nostre, oltre l’immagine che abbiamo costruito di “noi”, e dubitare delle idee vorrebbe dire dubitare di noi stessi, di tutto quello che conosciamo, e sarebbe a dir poco inaccettabile mettere in dubbio il nostro intero “io”, scoprire che quello che siamo, quello che crediamo di essere non sia altro che un riflesso, non sia altro che modello creato per illuderci di avere un qualche valore, per illuderci di esistere. Il dubbio, l’indagare all’interno dell’identificazione non fa altro che aprire le porte ad una consapevolezza che vorremmo evitare ad ogni costo, una consapevolezza che rischia di portarci via tutto ciò che duramente abbiamo costruito nell’arco della nostra vita. Abbiamo paura, e la paura genera inevitabilmente dolore, un dolore che da sempre ha caratterizzato l’umanità nel suo profondo e che cerchiamo di nascondere creandoci falsi valori come la fama, il consumo, il possesso ecc.. viviamo in un mare di distrazioni e daremmo qualsiasi cosa per continuare a vivere nell’ignoranza e nel benessere che ci hanno guidati fin qui al sicuro in un invisibile prigione che ci fa sentire liberi ed autentici. L’ignoranza, ad ogni modo, per quanto facile possa essere, non ci darà mai l’occasione di comprendere e superare il dolore, di uscire dalla divisione di bene e male che può portare solamente alla violenza; più tentiamo di allontanarci dalla consapevolezza di quello che siamo, dal vuoto delle nostre illusioni, più la nostra vita diventa banale, e nonostante i mille piaceri a cui ci affidiamo, i mille possedimenti e le varie giustificazioni, siamo sempre più insoddisfatti ed annoiati, colmi più che mai di una sofferenza che ci logora pian piano. Oltre l’accumulo di ricordi che legano le nostre esperienze in una parvenza di continuità, oltre tutte le nostre convinzioni, valori e credenze vi è qualcosa che va totalmente al di là del nostro controllo, un vuoto in cui il “noi” non esiste più, in cui la mente e la sicurezza che ci offre la credenza non ha più il minimo valore.
Vi sono persone che dopo la perdita del lavoro, che rappresentava la loro vita, si sono suicidate. Altri entrano in crisi se perdono la loro compagna, tanti cadono in depressione se in mancanza di soldi non hanno più la possibilità di consumare come prima. Queste persone nella loro perdita, hanno “perso” una parte di se, e questo genera paura dolore. Cosa significherebbe invece scoprire che tutto, ogni cosa che costituisce il noi, oltre a derivare dagli altri e dall’influenza della società, è solamente un illusione creata per sfuggire al fatto di non avere alcuna forma di controllo e sicurezza? Cosa significherebbe scoprire che non c’è assolutamente nulla di vero ed autentico in noi? Che tutte le scelte, i pensieri e le credenze sono meccaniche e costruite al fine di evitare la responsabilità di essere, la responsabilità di vivere?
È chiaro che indagare in profondità a noi stessi è qualcosa di totalmente sconveniente per la nostra mente, e che sicuramente è più facile e sicuro starsene nell’ignoranza e nella comodità di un illusione che ci fa credere di essere forti e veri. La consapevolezza è qualcosa di terribile, essa ci porta via tutto, tutti gli schemi, le credenze, nulla di quello che era “noi” rimane. Essa è un immenso fuoco che brucia tutto senza lasciare ceneri. Al di là della comprensione vi è distruzione, morte del controllo e della sicurezza, morte del male, morte del bene. Il dubbio si porta via tutta la moralità e i valori che abbiamo, e lo stesso fa con l’immoralità; nulla che risiede nella continuità potrà varcare la soglia della comprensione, nemmeno l’immagine del potente Dio avrà la minima possibilità di sopravvivere. La consapevolezza porta con se il vuoto e solo lì, solo nella distruzione di tutto quello che è stato potrà nascere amore, potrà nascere sapere al di là della conoscenza, solo lì, l’uomo potrà davvero essere libero. Non vi è modo alcuno per vedere la verità, nessun modello per quanto perfetto, vi ci potrà condurre, nessuna idea, nessuna credenza. Essa non potrà mai nascere dalla ricerca, dalla tecnica, dalla volontà, per quanto grande essa sia. Tutte queste cose non fanno altro che generare dolore e violenza. Nulla può portare a vedere la bellezza, la verità, perché essa risiede umile intorno a noi, dentro di noi, e non è con la grandezza che la si può scorgere, non con il rito ne con la conoscenza. Essa non ha niente a che fare con l’interpretazione, con la scelta, con l’individuo inesorabilmente diviso dal tutto, e non è quindi nel pensiero, o in una qualsiasi modifica all’individuo che risiede. Non esiste modo alcuno per abbassare i veli che ci impediscono di vedere, se non comprendiamo i veli stessi. Il dubbio è il più grande maestro che esista, esso accende il fuoco della consapevolezza che si porta via tutto, ed è solo nella totale assenza di “noi” che possiamo davvero vedere, è nella totale assenza di “noi” che l’energia perde le catene che la vincolano ad un centro e può volare libera in un movimento infinito. Un uomo è, quando non ha niente, non già la scelta, non il passato, non il futuro; un uomo è, quando non è.
Non è però di un concetto che sto parlando, non di una lontana idea sull’iperuranio; questa è la vita, la più semplice, umile vita quotidiana, che da molto tempo abbiamo dimenticato.
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